Celeste Degli Iblei

il mondo di celeste

La luna a Palermo

Palermo respirava senza sole. Dicevano che l’inverno portasse il gelo di un’estate dimenticata, eppure alle stelle non sembrava fosse così. Rimasero meravigliate, stupite da quella strana terra che in così tanta luce, rifletteva sul mare il disegno di una Conca amata, violenta, sublime, quasi maledetta d’amore. Non riuscirono a scendere dal firmamento, e chiesero alla luna di piegarsi su quel promontorio, nella sua ora più bella, nella sua ora più piena. Così fece, e in un momento di magistrale splendore, ella si posò sulla città. La notte non conobbe buio, e la paura non trovò strade da percorrere, né vuoti da colmare. Niente riuscì a vincere sulla bellezza. Niente dominò il fiato rotto di chi, in ginocchio, venerava quel quadro, davanti al mare che sposava ancora la terra, infiammando gli uomini di desiderio e passione, inconsapevoli cittadini di sogni e paure. Cento e cento finestre distese sulla tela benedetta. Mille e mille sogni, dentro case sorridenti di vita e ferite dal dolore. Eccola la terra maledetta, eccola la terra benedetta. Oh, sublime piacere del profumo di zagara, non conosce stagione, e ricorda dovunque la terra che porti nel cuore. Non abbandonerà mai i tuoi occhi, anche se invasi da lacrime maledette, dovranno allontanarsi per vivere, sopravvivere, nutrirsi, resistere. È ancora là quel profumo. Ricopre la pelle, diventa una carezza di sale amaro, di giorni fritti di sapori e colori. Si stende sugli occhi aperti, spalancati su un porto che accoglie chi viene da lontano e chi, lontano, è costretto ad andare. Non si ferma lo sguardo, percorre ancora quella Cala di onde lente e stanche, quella Cala di colori e di tramonti distesi sul fianco della chiesa della Catena che di Palermo narra la storia vera. Continuano i passi incerti dello sguardo innamorato. Attraversano il centro di una storia dimenticata, si fermano davanti a vecchi portoni che sembrano nascondere la fame e la sete, spalancandosi invece in ampi squarci di storia e cultura. Oh, che meraviglia! Oh, che incanto! Dio, hai dimenticato di darci un nome e, curioso di vedere quanti nomi potessimo avere, hai lasciato che troppi ci dominassero, per essere tutti schiavi e padroni di una bellezza che non è di nessuno e a tutti appartiene. Una bellezza che, come un mosaico di un’altra epoca, si componeva del Paradiso e dell’Inferno, e diventava Palermo. Lo sguardo continua a camminare e si ferma, addolorato davanti lapidi, tristi memorie del sangue che i potenti hanno lasciato che venisse versato. Ci sentiamo in colpa, vogliamo chiedere scusa… ma per quale peccato? La sola colpa che conosciamo è quella di essere poveri, di vendere la nostra terra come scenario maledetto di storie che registi del male, scrivono per noi. Film di sangue, onestà e paura. Eppure abbiamo accolto anche chi, la paura, voleva mandarla via. Sono venuti a casa nostra per salvarci, e quando erano a un passo dal nominare i registi di quel teatro, sono stati uccisi, dall’alto, da chi, al di là di questo stretto, è abituato a commemorarci, a chiamarci terra maledetta, quando di maledetto, noi, abbiamo accolto solo i loro passi. Continuano a venire qui, nei giorni del ricordo, nei giorni della memoria e i carnefici ricordano le vittime. Non ne abbiamo bisogno. Noi non dimentichiamo. Continuiamo a ricordarli, mentre la luna cala sul promontorio. Palermo si inchina e ringrazia per questa visita celeste. Il silenzio torna, il dolore si muove ancora là, da qualche parte, ma noi non abbiamo paura, perché siamo nella bellezza, ed è lì che sta la chiave del mondo

Testo: Lucia Bonelli
Foto: fotografa Giulia Savasta

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